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    Colonne sonore di una liceale.



    Ascoltavo, come di consueto, musiche casuali nel mio Windows Media Player (uno dei pochi programmi Microsoft che si possa dire funzioni), quando mi sono imbattuta in Drown Together, dei Sentenced. Mi è tornato alla mente il fatto che da cinque anni a questa parte la musica è stata forse la compagna più fedele che abbia avuto. Nei lunghi tragitti (fisici e temporali) mi ha sempre accompagnato, man mano si è sviluppata, si è affinata ed è a volte regredita, ma è stata sempre di grande aiuto.
    La prima superiore. Grandi incertezze e assoluto disagio in classe. Casino, urla, cattiverie, furti. Gli unici ricordi che ho sono questi, a parte qualche raro silenzio, come quando sentii per la prima volta leggere, con la voce alta e stridula della Floris, Il Cuore Rivelatore di Poe. Mi innamorai di quell'autore, ma questa è un'altra storia. Ricordo, oltre questo, pochi momenti di tranquillità. Io e Zio, con una cuffia a testa nelle orecchie, ascoltavamo  i Deftones, i Pantera e i Machine Head, mentre dal mio lettore ridevamo ascoltando i Rhapsody e i Manowar. A volte facevamo headbanging con i Blind Guardian in sottofondo come due cretini. Ci guardavano male, ci giudicavano stupidi. Però mi divertivo, anche se con un piccolo peso sul cuore.
    Poi, la seconda. Non ricordo assolutamente niente, a parte il fatto che cambiai due professoresse di italiano nello stesso anno. La colonna sonora fu una sola, che forse ebbe più peso dell'anno stesso. Era un anno di dolore dopo un'estate felice, un'estate da dipendente e sottomessa, un'estate nella quale mi compromisi più di quanto non avrei voluto. i Blind Guardian furono il mio unico sottofondo. Immagination from the Other Side, Nightfall in Middle-Earth, A Twilight Tale...ricordo che scaricavo le canzoni una a una. Un ricordo particolare? In inverno, davanti al pc, a giocare a quel maledetto gioco testuale, ascoltando la cover di To France di Mike Oldfield cantata da Hansi Kursch. Ma fu quest'anno in cui mi legai a buona parte dei miei amici attuali, non fu tutto da buttare. Passai un'ottima estate.
    In seguito, la terza. L'anno più carico e più complesso della mia vita. L'anno in cui stravolsi le mie convinzioni e quelle degli altri, l'anno in cui soffrii come un cane e risi come poche volte mi capitò durante la mia vita. L'anno in cui Gianluca morì vidi persone svenire, altre urlare, ed altre che, come me, si lavavano la faccia e davano calci alle cose per evitare di piangere. Ascoltavo molta musica, quell'anno. Sentenced in primo luogo. E poi, Quintorigo, of course. Sonata Arctica, Malice Mizer, la colonna sonora del Fantasma dell'Opera...Canzoni singole che hanno lasciato il segno? The point of no return ed Illune.
    Ultima soglia prima della fine: la quarta superiore.
    Anno doloroso, doloroso da morire, pesante e insopportabile. Un anno che non so come è passato ed è scivolato via assieme agli altri. Mi sembra che non sia ancora passato, ma è così. La scuola è stata un problema minimo, era un 10 % del mio pensiero nonostante passassi in quel posto un quarto di tutta la mia giornata e dovessi in più studiare. Ma non posso dire di essermi interessata, e non l'ho fatto. Il pc ed il sonno sono stati i miei compagni. L'angoscia è stata mia sorella. La musica è stata il sostituto del compagno che ho perso. A parte gli Afterhours, non ho avuto un gruppo fisso da ascoltare. Ho saltato tra i Pearl Jam, gli Anathema, i Combichrist, Coldplay, Radiohead, Alice in Chains, Megadeath...troppi da nominare. Ma qualche canzone mi è rimasta nel cuore più delle altre. Sweetest Poison dei Nu Pagadi sopra tutte. La colonna sonora dell'anno. Assieme a Come Back, Countdown to Extinction e Home Again.
    Finito. Non so cosa porterà l'ultimo anno di superiori, non conosco il corollario di eventi che vivrò. Non sarà facile. Non lo sarà.
    Spero di avere la musica con me. E ho appena avuto un deja-vu che sta continuando e mi sta venendo un colpo e credo di aver già scritto queste cose in un'altro intervento infatti poi controllerò. Che paura, è passato.
    Arrivederci.

    XYZ.


    Sono stanca, ho mal di testa, dei lividi fastidiosi, leggera nausea e non ho voglia di fare un cazzo. A parte lamentarmi, that's for sure. Mi lamento qui così le persone crederanno che passi tutto il tempo a lamentarmi, indipercui si allontaneranno perché non vorranno rotture di coglioni da parte mia e tutti saranno più felici. Nessuno subirà la mia acidità eccetto me e quel gruppo di poveri cristi che segue il mio blog perché pensa che sia bellissimo o che non ci sia nulla di meglio da fare o più probabilmente perché è un paramecio e si sente costretto a premere sulla stellina arancione che compare accanto al mio account.
    Ecco, faccio un esperimento sociologico del cazzo, lascio la mia email qui, aggiungetemi e subirete il mio astio. Oggi non so perché mi sento parecchio stronza.
    Perdonatemi, ora che mi sono stancata a morte in bicicletta mi sento molto più buona e quindi vi prometto che se mi aggiungerete vi darò tanti bei bacini *smack* *smack*...ma andatevene un po' a fanculo :|
    Sto delirando.

    ka-tet19@hotmail.com
    Enjoy. Are you ready to rock?
    Sto delirando 2. Che immagine, complimenti davvero.

    The Bells of Notre Dame.

    Stasera è il turno del Gobbo di Notre Dame. Sono stanca e confusa questa sera, e ne ho ben ragione. Oggi ho qualcosa in meno e qualcosa in più, mi sento half-full e half-empty , ma sono certa che non sarà una sensazione che durerà a lungo. Tra poco mi passerà, e questa sensazione verrà sostituita con qualcosa di più sgradevole, anche se non giurerei che questa che provo ora sia una sensazione piacevole. I tempi stanno per cambiare, e arriverà Walter Sullivan, l'uomo col cappotto. L'ho notato subito, anche se non ero certa. Quella pronuncia era troppo strana per essere una persona reale. Troppo strana. Infatti ho scoperto il trucco, e ora che ci penso ha nominato anche Eileen. Fanculo, l'ho capito bene ora. Ed io che mi ero anche preoccupata.
    Beh, certo non era la cosa principale sulla quale fissarsi :\
    Addio, riavvio internet. Fanne buon uso.

    Session n°3.



    Evviva. Tutto comincia a sembrarmi sempre più difficile. La mia situazione somiglia pericolosamente a quella di una vittima e non sono sicura di riuscire a poter far qualcosa come mi ero ripromessa. Ma come muta presenza certo non aiuto. Io vorrei solo capire il perché, vorrei soltanto fermare tutto per un attimo e poter ottenere risposta ad una sola domanda, la domanda che in questo momento mi preme più di tutte, essendo quella che mi riguarda più da vicino.
    E non so quanto ancora reggerò, mi semto sempre più debole di fronte agli attacchi. Tutto questo mi ricorda una situazione passata. Affascinante, sì, ma tutt'altro che piacevole.
    Sono rientrata nel romanzo, fuggo dagli altri e cerco di tendere loro la mano. E che fanno, per risposta? Strisciano lenti, volta per volta intaccano le mie difese, volta per volta sorridono nel veder crollare le mie mura.
    E' difficile continuare a stare a guardare. Meditare, poi, non ne parliamo. C'è una parte di me che non aspetta altro che poter aprire le danze, e quella stessa parte chiude le porte della sala da ballo, sperando both di stare sola e che qualcuno rimanga intrappolato nella stanza.
    Logorante, non c'è nient'altro da dire.

    Impazienza.

    Lo ammetto, sono impaziente. Odio tenere questioni in sospeso, nonostante stavolta sia stata io quella a non aver chiarito le proprie posizioni. Si spera sempre di non dover arrivare a parlare a quattr'occhi con una persona per capire cosa non va, ma a volte è necessario, e questo mi disturba e mi rattrista, soprattutto. Vorrei aver già fatto questa conversazione, non nascondo che ho un po' di paura perché è da tanto tempo che non mi faccio coinvolgere da problemi differenti che dal solito.
    Ma devo farcela, devo superare al meglio questo concilio perché non voglio più creare incomprensioni con le persone a cui voglio bene. E' vero, mi sono anche sentita offesa per certe affermazioni, mi è dispiaciuto molto vedere quanto degli atteggiamenti e degli individui venissero travisati o mal giudicati. Ma suppongo di aver fatto la stessa cosa anche io, quindi vengo in pace pronta a scusarmi o a sentirmi dare delle scuse. Molto probabilmente ci saranno entrambe le cose.
    Vorrei parlare della seconda sessione, del sogno, del giglio azzurro, ma per ora sono contenta di affermare che questo problema per ora assorbe totalmente le mie facoltà mentali, e questo non fa altro che rinvigorire la mia convinzione. Se non fossi così interessata probabilmente non vorrei così bene quanto penso, invece continuo a sentirmi legata, incatenata, abbracciata ad una persona così diversa da me ma con la quale ho condiviso dolori, angosce, gioie e risate. E non rinnego nessuna delle cose trascorse assieme a lei. E' una persona fuori dal comune e voglio tenermela stretta, anche se ultimamente non ho certo dato l'impressione di volerlo fare. Credo di poter concludere adesso, voglio risolvere e risolverò, per quanto quel che sentirò tra poco possa non piacermi o suonarmi scomodo o sbagliato.
    Questo post somiglia piuttosto ad una dichiarazione d'amore, e direi che è qualcosa di simile. Anzi, sai che faccio? Lo stampo e glielo porto, non voglio dimenticarmi di quello che ho appena scritto. Potrei chiamarla una lettera con un valore universale, per quanto sia una delle cose più personali che scrivo qui, o ,perlomeno, non parlo mai in termini così espliciti e diretti.
    Beh, mi auguro vada tutto bene.
    Ti voglio bene, Kuje.

    Bad Dream, Good Dream.

    Che strano.
    Magari è un'illusione.
    Però bella.

    ABORTION

    Cosa?


    Non sono sicura di capire.
    Quando si dice che la storia si ripete non si mente, ma a volte può prendere pieghe veramente inaspettate. Quella domanda me la sono sentita porre tanto tempo fa, e so come finirono le cose. Chissà se questa volta ci sarà abbastanza forza d'animo o abbastanza stupidità per reggere la promessa stipulata da questa sorta di duplice alleanza silenziosa. Pare che gli attacchi da una parte siano decisamente più forti, tanto che non riesco a capire se quelli che ricevo siano spinte per rimarcare la promessa o carezze per rimarcarne la stupidità.
    Non capisco dove finisca il sogno e dove cominci la realtà. Credo che alla fine non sia altro che una forte esasperazione di ogni stato d'animo. La tristezza diventa depressione cupa e la calma diventa euforia. Forse è così che funziona, in fondo mi sono ripromessa di fidarmi con tante riserve delle parole altrui, e credo tutt'ora di non aver fatto affatto male. Che gioco di parole terribile, ma quasi inevitabile.
    Non so, ho molto da dire, ad incominciare dalla rabbia, ma penso che tralascerò.

    The Wind.



    La decisione è stata comunicata. Nessuna sorpresa da parte di nessuno, ormai le domande e le risposte sono prevedibili da tutti quanti. Pensavo, sinceramente, che sarebbe stata una cosa che sarebbe rimasta in sospeso per lungo tempo, o che non sarebbe mai stata risolta. Invece, almeno una cosa è fatta, nonostante non sia assolutamente indispensabile per il proseguo della vicenda. Odio essere uno spettatore passivo, ma essere uno spettatore attivo mi spaventa molto di più, soprattutto quando ti sei convinto che i personaggi da te creati non siano altro che personaggi sulla carta. Invece ogni tanto ricordo che se il personaggio è stato creato in un certo modo è perché esiste un sicuro precedente.
    Da fuori tutto può sembrare molto ambiguo, da dentro incredibilmente di più. Il demonio nella maschera rinchiuso ha la precisa intenzione di far terra bruciata e di bruciare sé stesso, o, almeno, questa è l'impressione che traspare.
    Fino ad oggi ero convinta di essere io il vento.
    Mi sbagliavo.
    Non ci scriverò sopra niente, è troppo simile ad una delle mie storie.
    La prossima volta dovrò temere pugnali e crocifissi?

    Quel teschio meritava una foto. Vanitas.

    Night.

    Bellissimo il mio bracciale, non ho il coraggio di levarlo. Sono uno schifo, me lo continuo a ripetere volta per volta. Come se non vacillassi abbastanza giungono frasi tentatorie da chi non ha voce in capitolo. E' un problema, un grande problema, e sono certa di non essere in grado di superare tutto da sola. Voglio almeno l'aiuto di un'altra persona. E vorrei l'aiuto di quella persona che cerco di aiutare.
    Bellissime, le stelle di ieri notte. Uno spettacolo impagabile, viste dall'acqua gelida. Per una volta non ho tremato dall'angoscia.
    Buonanotte.

    Constricted

    Serata molto seccante. Avrei evitato volentieri tutto l'astio, la frustrazione e la falsità. E ancora mi chiedo se tutto quel che ho sentito oggi sia frutto di un sogno amaro, eppure piacevole, oppure sia la realtà mascherata oppure ancora sia la realtà nuda e cruda.
    Si è finalmente riusciti a sconfiggere lo scheletro di sangue, era molto tempo che non si capiva quale fosse il trucco.
    Comunque percepisco nell'aria molti più sentimenti intrecciati di quanti non ce ne possano essere in una sola persona. Sentimenti intrecciati e tutti contrastanti, provocano un disallineamento globale. E l'egocentrismo a volte è l' ultima spiaggia sulla quale ci si rifugia o la prima in cui si và a cercar conforto.
    Vorrei capire, ed è una cosa che non mi è dato avere. La conoscenza è per pochi.
    Un'altra cosa: la frustrazione va rispettata. Maledette siano le mani di colui che si avvicinano, e benedicete quelle di chi rimane a braccia conserte. Ci sarà un tempo per vederle muovere, ma è più lontano di quanto si speri. Una volta appianato il litigio, la situazione non muterà. Rassegnati Sevi, è arrivato il momento della costrizione.

    Shooting Stars.



    Stanotte, grande spettacolo.
    Spero di avere abbastanza stelle cadenti a disposizione, perché ho bisogno assoluto di esprimere lo stesso desiderio più volte. Chissà che non serva. Comunque mi porterò dietro molti pensieri, certo non avrò di che annoiarmi.
    Non so come dovrò reagire. Non ne ho idea, ma mi è stato promesso che tutto sarà sistemato, spero nella maniera migliore. Potrei anche essere assente, la mia mente potrebbe trovarsi altrove in quel momento. Il mio corpo, pure. Spero di no, voglio vedere la differenza, voglio vedere i cambiamenti e gradirei vedere un sorriso.
    Forse le cose sono già più a buon punto di quanto non si pensi, ma non so fino a quanto siano reversibili. Questo è il problema del tempo: non si può tornare indietro.
    " Too late to turn back time
    To look over my shoulder
    Maybe one day i´ll return again"
    Devo dire che non traggo gran guadagno dal quotare gli Hammerfall, ma a volte sono meno stupidi di quanto non lo siano davvero. Prevedo difficoltà all'orizzonte, ma finché vedo l'orizzonte non c'è da preoccuparsi. La nebbia sarà ben lontana, finché io sarò il vento.
    Le Perseidi mi terranno compagnia. Le Perseidi avvereranno i miei desideri. Le Perseidi saranno la mia unica rotta.

    Il Recinto delle Farfalle.

    Scegliere un libro alla cieca era una buona attività, la stimolava. Tra quei tomi polverosi non ci aveva mai davvero messo mano, e i titoli erano riportati rigorosamente sulla copertina: erano una fila di libri rosso scuro, con alcun tipo di scritte sul dorso che ne facilitavano la scelta casuale. Ne aveva già letti tre, nell'ordine erano due classici ed un libro sconosciuto e noioso. Chissà cosa avrebbe preso stavolta, si chiedeva, mentre scorreva il dito su tutti i volumi, fermandosi solo per guardare la polvere che le si era accumulata sull'indice. Dopo poco, estrasse dalla libreria il più piccolo e rovinato tra tutti, con i bordi della copertina consumati dall'umidità e dalle tarme. Era intitolato "Il Recinto delle Farfalle", scritto in caratteri così fini ed allungati che le ricordarono il modo di scrivere del compagno.

    Magdaleine non volle attendere oltre, la curiosità era forte e voleva leggere tutto d'un fiato quella storia prima che tramontasse il sole. Per via di quella vecchia promessa, le sere d'estate (come del resto tutte le altre, per via del lavoro di Gabriel) venivano passate in solitudine. Ognuno trovava un'occupazione diversa per quell'ora della giornata: lui fuggiva nei boschi, lei leggeva.

    Scese le scale con Il Recinto delle Farfalle in mano, attraversò l'andito e uscì dalla porta che dava sulla veranda. Da lì, seduta, aveva l'opportunità di osservare il panorama circostante. Un campo, verde quasi tutto l'anno, ai piedi dei monti vicini. I monti coperti di boschi nei quali Gabriel passava le ore, che lei visitava di rado. Sempre osservando le alture, Magda appoggiò i piedi sulla ringhiera di ferro battuto, portando in avanti il bacino nel tentativo di trovare una posizione che la facesse sentire comoda.

    Sulla prima pagina del libro, in rosso, la sagoma di una farfalla ad ali spiegate. Notò, con una rapida occhiata, che le pagine non sarebbero state più di una sessantina, ed i caratteri di stampa erano piuttosto grandi. Sarebbe stata una lettura più che veloce. Sorrise, e cominciò a leggere.

     

     

    Questa è la storia di un bambino e delle sue farfalle, che volle troppo e non ottenne nulla.

    Il suo nome era Michel, ed era un bambino come tutti gli altri: amava i dolci, le prime fragole, le ciliegie ancora sugli alberi. Amava rincorrere le lucertole e chiudere le api sotto i bicchieri per sentire che suono facevano, amava il papà e la mamma. Non aveva molti amici, abitava lontano dalla città ed aveva imparato ad inventarsi tante storie, si raccontava delle fiabe come se ne parlasse con gli altri bambini. A volte piangeva, capiva di essere troppo solo, capiva di non meritarsi tutta questa solitudine.

    Così, pian piano, Michel divenne sempre più possessivo. Urlava se vedeva la mamma e il papà abbracciarsi e urlava se il suo gatto scappava via quando cercava di tirargli la coda. Voleva che stessero tutti vicino a lui, nessuno doveva abbandonarlo, nessuno doveva perché lui ne aveva bisogno. Voleva bene a tutti gli animali più lenti, poteva inseguirli e si sentiva come se stesse giocando con loro.

    Era molto sensibile e molto egoista.

    Un giorno, nei dintorni della sua casa, Michel vide una farfalla. Era una vanessa, dalle ali arancione e nere. Lì per lì, gli parve la cosa più bella su cui avesse mai posato gli occhi. Vellutata, impalpabile, sfuggente. Siccome non volava via, il bimbo si gettò su di lei con un balzo, convinto di riuscire a rinchiuderla tra le proprie mani, ma la bella vanessa volò via in un soffio. Seduto sull'erba, Michel pianse amaramente, desiderava profondamente quell'insetto tanto che si disse che avrebbe fatto di tutto per averlo tra le sue mani.

    La sera, a cena, parlò dell'incontro della mattina. La madre gli disse: <Michel, le farfalle non sono di questo mondo. Sono troppo belle perché noi possiamo imprigionarle, tenerle per sempre sotto una teca. Le nostre lacrime non possono trattenerle sotto le nostre dita, perché morirebbero. Guardale da lontano, ma non avvicinartici. Saprebbero ammaliarti e farti star molto male>. Il discorso lo colpì profondamente, anche se non ne capì a fondo il senso. Continuava a rimuginare sul fatto che se trattenute sotto le nostre dita sarebbero morte, e provava il desiderio di vedere se quel che mamma gli aveva detto corrispondeva al vero.

    L'indomani vide un altra farfalla. Questa era diversa dalla precedente, era più piccola, bianca con un puntino nero su entrambe le ali. A suo modo era bella come quella del giorno precedente, e, anzi, Michel era più attratto dal bianco che dall'arancione di quella del giorno prima. Si mosse piano, lentamente, facendo attenzione a non proiettare la propria ombra sull'insetto. In un momento, la farfalla si dimenava tra le dita del bimbo, che la tenevano ferma per le ali, impedendole di muoversi e di volar via.

    Il bambino osservava la farfalla con brama, finalmente l’aveva tra le mani e poteva farne ciò che voleva: sarebbe diventata la sua compagna di giochi, il suo amuleto, il suo trastullo, la sua gioia.

    L’insetto, che dapprima si muoveva spasmodicamente sotto le dita del suo cacciatore, s’era fermato gradualmente, fino a bloccarsi del tutto, inerte.

    Michel interpretò quei movimenti come un gesto di resa, e, posata la farfalla sulla mano, lasciò la presa sulle ali.

    La cavolaia prese a muoversi piano sul palmo, incerta sulle zampine fragili, prima di cadere definitivamente su un lato, morta.

    Fu in quel momento che il bambino sorrise, comprendendo infine che le parole della madre erano veritiere, e nessuna vanessa o cavolaia sarebbe più dovuta volare tra le sue mani, o le avrebbe uccise. Dapprima il pensiero lo scoraggiò, desiderava la potestà sul loro volo, bramava di averle tutte per sé vive. Ma un altro pensiero si fece strada nella sua mente. Poteva rinchiuderle, imprigionarle in un grande recinto fatto d’aria. Così, quando sarebbero entrate, sarebbero diventate sue, sebbene per un momento solo, fino all’attimo in cui gli insetti si sarebbero nuovamente librati in volo.

    L’eccitazione datagli dall’idea era tanta che strinse ancora di più la cavolaia tra le sue mani, e un rivolo di liquido biancastro colò sino al dorso, terminando in una goccia che s’infranse al suolo.

    L’indomani, dopo la colazione, il piccolo Michel si diresse di corsa verso il retro della casa, dove il padre teneva gli attrezzi da lavoro. Il capannone, nonostante la maggior parte degli oggetti fosse completamente inutile, conteneva quel che gli occorreva. Vernice rossa, spago e i resti dello steccato (che anni prima recintava la casa) erano tutto quel che gli occorreva.

    Si diresse poco lontano dall’abitazione e si mise all’opera.

    Conficcò più che potè i paletti di legno che s’era portato appresso, completando in poco tempo un cerchio del diametro di circa un metro. A dire il vero molti paletti rischiavano già di cadere, e alcuni erano tenuti in piedi solo da un cumulo di pietre, ma Michel parve non darsene gran pena: stava già cominciando l’opera di colorazione dello steccato, di cui andava già fiero. Le mani gli si erano sporcate di rosso e sarebbe stato difficile far capire alla mamma che l’aveva fatto per una causa più che nobile, senza contare che le macchie gli sarebbero rimaste per diversi giorni.

    Terminata la verniciatura, il bambino s’affrettò a cercare per terra dei bastoncini, che successivamente legò in orizzontale sui legni dello steccato con lo spago, per dare al recinto una connotazione più massiccia, meno fragile. In meno di due ore il recinto delle farfalle era quasi pronto. Mancava solo il tocco finale, ma ci avrebbe pensato più tardi, dato che sentiva in lontananza la voce della madre che lo chiamava: chissà come lo avrebbe rimproverato per quelle chiazze rosse sulle mani.

    Effettivamente, la madre dette l’impressione di essere furiosa. Gli disse di essersi preoccupata, che era convinta che si fosse fatto del male, che avesse sbattuto su una pietra o fosse caduto rovinosamente da qualche discesa troppo ripida. "Stavo preparando il recinto delle mie amanti, mamma" gli rispose lui. Non sapeva perché aveva usato proprio quella parola, l’aveva sentita pronunciare dai genitori qualche volta e per lui un amante era qualcosa che s’amava alla follia, sino a perdere la testa, come a lui era capitato con le farfalle.

    La madre lo schiaffeggiò, ingiungendogli di non usare più quella parola. Si diresse dal marito, furibonda, gridandogli dall’altro capo della casa che era colpa sua se loro figlio sentiva in casa parole da postribolo. La parola postribolo per Michel non aveva alcun significato, quindi decise di smettere di ascoltare la discussione e si diresse fuori di casa. Sì graffiò un dito, ma riuscì a rubare una rosa a sua madre. Una tea, rosa e arancione. Non gli piaceva granché, ma sapeva di non dover toccare per nessuna ragione quelle rosse. Il rosso era anche il colore del suo steccato, gli sarebbe piaciuto. Ma non osava infastidire la madre più di quanto avesse fatto poco prima, non ne aveva il coraggio.

    Tornato al suo amato recinto, piantò la rosa al centro, bloccandola con qualche pietra come aveva fatto con i paletti della staccionata. Si sedette al di fuori e attese. Vide due mosche, un’ape, diversi moscerini, ma nessuna farfalla. Concluse che la tea tagliata poco prima non era adatta ad attirare le farfalle. Doveva decidersi a parlare con la madre, supplicandola di regalargli una rosa più adatta ai suoi scopi.

    Tornando indietro verso l’abitazione, gli parve che gli strepiti della mamma si fossero placati, e questo lo fece sentire un poco meglio. Aveva più possibilità di ottenere quel che voleva, ora che lei non era più arrabbiata.

    La raggiunse in cucina, dove lei era occupata a sminuzzare del basilico. Con aria di sussiego sollevò gli occhi verso di lei, la fissò per qualche secondo finché la donna non si sentì osservata e prese a guardare il figlio con curiosità. Immaginava che gli stesse per fare una richiesta. Michel, una volta inteso che l’attenzione della madre era solo sua, fece la sua richiesta cadenzando ogni parola, come una nenia, una filastrocca che aveva come obiettivo quello di farla cedere immediatamente.

    Stavolta non usò la parola amanti, parlò apertamente delle belle farfalle che l’avevano stregato e che voleva osservare da vicino. Ma per farlo, aveva bisogno del suo aiuto e del suo permesso.

    La madre, intenerita, sorrise alle parole del bambino. "Com’è sensibile. Sarà una qualità che gli tornerà più utile in avanti" pensò, lasciando il basilico e dirigendosi verso il lato della casa dove un roseto di rose rosse cresceva alto, raggiungendo addirittura il tetto.

    Scelse un bellissimo fiore totalmente schiuso e lo diede al figlio, che la ringraziò con un sorriso e un brillio negli occhi, prima di scappare di nuovo verso il cerchio rosso.

    Stavolta Michel mise molta più cura nel conficcare la pianta nel terreno. Con le mani scavò un piccolo fosso dove chiuse la base della rosa, togliendo via le pietre che potevano esser fonte di distrazione per gli insetti.

    Appena si fu allontanato, accadde una cosa inimmaginabile, che poi era esattamente quel che il bambino s’era atteso. Venti farfalle almeno varcavano il recinto e planavano attorno al fiore, a volte posandosi, a volte zampettando sull’erba ai suoi piedi. Altre vanesse, cavolaie, macaoni e altre farfalle di cui non conosceva il nome erano all’interno del suo steccato, in una folla di colori tale che strideva col silenzio che quegli insetti si portavano dietro. Nero, arancio, bianco, verde e giallo erano riuniti all’interno di quel recinto rosso come il sangue.

    E Michel era ebbro di gioia, si sentiva potente e sottomesso al fascino delle farfalle, stregato dalle forme e dimensioni di quelle che poco prima aveva chiamato amanti. Amanti era una parola che non si stancava di ripetere in quegli attimi, nel momento in cui quelle ninfe alate spiccavano il volo o mentre si posavano sulla rosa scarlatta al centro della sua meravigliosa creazione. Disponendo a cerchio i bastoni aveva eretto un tempio che racchiudeva in sé la perfezione divina e la lascivia umana. Con le mani giunte in ammirazione, l’estasi febbrile del bambino cresceva, e s’era azzittito in religioso silenzio in un momento. Queste sarebbero state le sue parole, se solo avesse avuto i mezzi per esprimerle.

    Una farfalla rossa era entrata nel cerchio. Dello stesso colore dello steccato e del fiore, appariva tanto bella da somigliare piuttosto a un’ illusione. Le altre s’erano posate sui legni dello steccato, in circolo. Pareva la loro Regina, anche i colori delle loro belle ali risultavano sbiaditi rispetto al colore scarlatto di quella. Era di più, era più importante, più severa, più regale. Se fosse stata una donna, sarebbe certamente stata la più affascinante tra tutte.

    Michel la voleva. Non erano più le altre il fulcro della sua attenzione, ma lei. E anche quelle parevano concentrate nel fissarla, belle, ma non così belle.

    Il bambino si sentì talmente attratto che allungò la mano per stringerla, proprio come aveva fatto con la cavolaia il pomeriggio precedente.

    Ma la Regina Scarlatta volò via. E con lei, volarono via tutte le altre, che la seguirono in un silenzioso corteo di colori. Michel, nello slancio di cogliere la farfalla in volo, cadde sul recinto, che si ruppe.

    Colto da un accesso di rabbia e frustrazione, battè il pugno sulla rosa, riversa anch’essa. Il fiore, divelto dalla mano del bambino, si spogliò dei propri petali. Ogni petalo si animò, prendendo le sembianze della farfalla scarlatta di poco prima.

    Michel, meravigliato, tacque mentre i petali venivano sospinti dal vento lontano dal recinto. E tacque anche quando con le guance rigate di pianto strinse nel pugno il gambo spinato del fiore, ferendosi.

    Che ci crediate o meno, non vide mai più una farfalla. Fu questa la punizione per aver cercato di imprigionarle, di guardar troppo da vicino ciò che trascende dalla conoscenza umana.

    Sul dorso della mano destra la vernice non se ne andò mai del tutto. Avrebbe dovuto scalfire la pelle con un coltello, e preferì non farlo mai. Non lo fece mai anche per un’altra ragione, a dire il vero. La macchia infatti, ricalcava alla perfezione forma e colore della Regina Scarlatta, la più bella amante che avesse mai avuto.

     

    Quando Magdaleine terminò il racconto, il sole era già calato quasi del tutto. La luce era fioca, ma capiva chiaramente che le pagine del libro non erano terminate. Nonostante le fosse parso che la storia di Michel e delle sue farfalle fosse giunta alla conclusione, rimanevano tuttavia un’altra quarantina di pagine da riempire. Rientrata in casa ed accesa la luce, camminò per tutta la lunghezza del salone sino a gettarsi di peso sul divano, dove riaprì immediatamente il libro. Girò la pagina seguente, e cominciò a leggere "Questa è la storia di un bambino e delle sue farfalle, che volle troppo e non ottenne nulla.

    Il suo nome era Michel, ed era un bambino come tutti gli altri: amava i dolci, le prime fragole…". Si fermò di colpo, tornò alla prima pagina e rilesse le stesse parole. Sfogliando più avanti il libro, si accorse che il racconto era ripetuto ben quattro volte, e che la pagina finale riportava solo la prima frase al centro della pagina. Sopra la frase riconobbe di nuovo la sagoma della farfalla, e sotto, la medesima immagine, capovolta.

    Rimase perplessa. Era una storia con un triste epilogo e una vicenda senza fine, destinata a ripetersi. Il bambino avrebbe fatto e rifatto lo stesso errore per tutta la vita.

    Magda si ricordò di non aver letto qual'era il nome dell’autore, e così lo cercò nell’ultimissima pagina, quella che di solito è destinata alle informazioni di stampa. Sotto il sigillo della casa editrice, così lesse: "L’Enceinte des Papillons- prèmière edition" e sotto

    "Gabriel Croix-Merses".

    In quel momento il suo compagno varcò le porte di casa. Seguendo la luce accesa del salone raggiunse Magdaleine, la baciò appassionatamente e si sedette accanto a lei. Subito lesse il titolo del libro, rimase interdetto per un attimo e sorrise: <Spero ti sia piaciuto, mon trèsor> tacque un attimo, poi riprese a parlare < lo so, lo so, non sono un gran che, ma quest’idea mi è sempre piaciuta tanto>.

    Lei gli sorrise e prese le mani del ragazzo tra le sue, accarezzandole piano.

    Però, nonostante tutto, non riusciva a cancellare dalla sua memoria l’immagine dello sguardo di Michel, così chiaro nella sua mente, mentre preso dall’eccitazione schiacciava la bianca cavolaia tra le manine.

     

    Letture.


    131. Ho finito Bel-Ami di Maupassant e terminato in un'ora La Fattoria degli Animali di Orwell, ma pare che il sonno tardi ad arrivare comunque. Domani, tedio con i parenti. Voglio morire, non voglio assentarmi in questi giorni. E specialmente non domani, l'Anno tondo, l'anniversario della Rosa e dell'ultima telefonata dall'Italia.
    E' davvero triste stare a pensare a quelle cose ora che quel tempo è inesorabilmente passato. Tempo di promesse e di lacrime (lacrima), tempo di parole dette per colpire. Parole dette per fardel bene, e non stilettate, amare e dolorose, come queste ultime.
    Noto che comunque la stanchezza è abbastanza da permettermi di scrivere di merda. Cercherò qualcos'altro da fare e andrò a letto, spero. Buon proseguimento.

    Blind.

    Sai cosa farò? Ti spezzerò le braccine!
    E vedrai come sarà buona Sevi se tardi ancora, ti amputo gli arti ad uno ad uno...
    A dire il vero so che non farò niente di tutto questo. Però è bello minacciare a vuoto.
    Che stanchezza, 365 è vicinissimo.
    Ed io forse non sono abbastanza pronta.


    (Quasi)un année.

    Stamattina gli Angra mi fanno da sottofondo. Sono parecchio legata a queste musiche, mi ricordano gli anni pesanti del biennio. Credo che se fossi stata senza musica (comprendo anche Zio, chiaro) sarebbe stata molto più in salita sopravvivere in quel covo di serpi. Non so perché ve lo sto dicendo, forse perché sono un giovane alla ricerca della propria identità e che ha voglia di urlare quanto questo mondo fa schifo e quanto noi con la nostra rabbia possiamo riuscire a fare qualcosa. Belle stronzate, eh? Chissà perché ai ragazzi si associa sempre quest'etichetta. Lo dicono anche del primo truzzo che si fa impennando via San Benedetto che è un ribelle e vuole affermare la propria personalità con un gesto estremo. Si vede che non hanno capito una ceppa. Oggi mi sento un po' uno straccio, spero di reggere la giornata senza impazzire ( ma probabilmente accadrà, me lo sento).
    Stanotte ero a Parigi, purtroppo somigliava pericolosamente a piazza Garibaldi, e questo faceva di lei un posto decisamente meno interessante. A pensarci bene, era un misto tra Plaza Catalunya e Piazza Garibaldi, sisi. Utile.
    Vi saluto. Sono le ultime battute e ho bisogno di prendere fiato prima di immergermi. 5, 7, non ha importanza, so che sta per giungere.

    Fight against you.

    Violentata da sette persone diverse.
    Non hai mosso un dito.
    "Non ti ho detto di baciarmi", mentre sulle labbra sentiva il sapore dolciastro del sapone.
    Sei stato di parola, il primo hai finto di esserci.
    Poi, presa tra le braccia. Al muro, per gioco, di fronte agli sguardi altrui.
    Smentiva, ne rideva.
    Ad occhi spalancati, credo che non ci fosse nulla da aggiungere.
    Forse non c'era nemmeno bisogno di dar battaglia.
    Ma dopo la violenza è stato chiaro che
    SI DOVEVA LOTTARE.