Non avrete il m...'s profileThe picture of Dorian Gr...BlogLists Tools Help

Blog


    Un saluto.


    E' così, ci rimango un po' male. A volte partecipare alla prima ci mette in imbarazzo con altre persone.

    Mi capite? E' interessante capire quanto sapete di me, quanto intuite. Sono sicura che sareste i migliori critici d'arte possibili. Tante belle interpretazioni, poche giuste. Non ho neppure voglia di fare frasi legate tra loro. Il punto oggi prevale, fare un discorso unitario mi secca. Oltre a non esserne capace, mi sento fuori dal tipo di scrittura che assumo a volte: quella piena di punteggiatura e aggettivi che a stento anche io riesco a decifrare. Quel tipo di scrittura che mi prende quando prendo il preciso impegno di non impegnarmi. Sono uscita di casa oggi, non ce la facevo più. Mi ha fatto bene. Anche domani uscirò.
    Quanti sottintesi ci saranno in queste righe, vi chiederete? Troppi, pochi, nessuno? Non posso dirvelo, non ci sarebbe gusto. In fondo è divertente tenere l'attenzione puntata su di sé. Ecco, questo potrebbe essere un sottinteso, ma mi è venuto in mente dopo. Quindi no.
    Desidero provocare. Provocare e ricevere quelle stupende risposte ad occhi bassi. Quelle risposte incerte di chi spera di aver capito bene. O spera il contrario, dipende dal grado di interesse. Sono terribilmente narcisista. Mi piace esserlo, non c'è scampo. Tutto quel che chiedo è apprezzamento. Apprezzamento o dissenso. Per me le due cose hanno quasi lo stesso significato. Neanche diciannove anni e già così paranoica.Neanche diciannove anni e così tante cose da raccontare. Forse mi sto consumando velocemente come una tirata lunga da una sigaretta a metà.
    I miei due sogni, l'alcool e il fumo. Li desidero e li rifuggo. Vorrei capire cosa mi spinge verso i vizi. Trasgressione? Sana voglia di autodistruggersi? Tedio?
    Le uniche cose che desidero e posso ottenere senza rovinarmi me le sono autoprecluse. Eppure vorrei stare in quella stanza immaginaria, in una situazione immaginaria, a fare qualcosa di immaginario senza sentire colpa anche per qualcosa che non esiste. Colpa. Quando tutto finirà, addio a tutti e comincerò a vivere. Quando mi rifiuterò di far qualcosa in quel momento, perché so che succederà, non mi morderò le mani. Uscirò da quell'altra stanza delusa per rintanarmi nell'altra. Dove godrò del potere immaginario.

    It's a kind of magic.

    PS
    Fatevene una ragione: il mio avatar non è una foto.

    Another member.


    Welcometothetribe
    , baby.




    For your life.

    Adoro, adoro, adoro, il modo in cui dal silenzio del pensare si passa rapidamente al suono sordo dei tasti che si abbassano sulla tastiera. A volte questo suono è più veloce, le parole si susseguono in una successione inafferrabile e il loro senso lo è altrettanto, cerco di muovere più velocemente per toccare il moto centrifugo delle parole che da un senso si trasforma in un non senso e si allontana, si allontana dal centro sino a raggiungere un muro che forse può essere valicato o forse rimarrà irraggiunto.
    Il pensiero si smuove, si muove, si ribalta, si arrocca su incertezze e poi di nuovo viene arato per cambiare di nuovo. Viene concimato, sbattuto, annaffiato, punito, esaltato, e non è il concetto a prendere forma. E' la forma a prendere forma, a perderla e a riconquistarla ad intervalli poco regolari che uniformano e livellano il ragionamento sconosciuto: lo rendono conosciuto, poi lo modificano ed esso si ricompone in un'altra forma. Osiride maledetto, cangiante e multiforma, svenditi e riassemblati di fronte ai miei occhi vuoti. Ruote di catrame fisse tentano di seguire il movimento del cambiamento, gocciolano e si decompongono in un tentativo disperato di afferrare le modifiche.
    Cosa non riesce a fare l'infatuazione: questa canzone è stupenda, complimenti. Vorrei anche io avere la registrazione di un sentimento tanto veloce, leggero e fuori dalle righe, carico di emozione caduca e di passione reclusa in un ventre malato di perversa ambizione e tiepida noia. Immergiti in ogni nota, soffoca su ogni scala, perditi in ogni pausa: ama te stesso e ama la fonte della tua ispirazione, disperati e crea nella sua perdita, gettati nel baratro della voluttà più rossa, dove il cuore non regge e il collo si piega all'indietro.
    Costruisci un mondo di idee fatto di brumose attrazioni e umide gioie, scaccia il dolore del distacco e bacia l'arrivo del tuo singhiozzo sul ventre. Bacia le labbra della tua vanità, impara a tastare ad occhi chiusi le mani della tua insolenza, percepisci il suono del sangue, la pressione crescente, il movimento degli occhi, il tocco dei capelli sulle spalle, il fruscio del tuo respiro dormiente.
    Integrati con ciò che desideri e ciò che ami, impazzisci di fronte alle parole come tento di fare, perditi in una danza senza fine, gira e rigira mille volte sulle punte o sui talloni sino a perdere l'equilibrio.
    Perditi in te stesso.
    Vivi.

    Inutilia.

    Bologna, where are you? La Sardegna mi tedia.
    Ho freddo in questa ghiacciaia, ma non posso sperare di dormire dopo quattro ore di sonno pomeridiano. Ho sicuramente qualche scombussolamento negli orari, e sono solo a febbraio. Credo che a giugno dormirò il pomeriggio sino al mattino, poi andrò a scuola in paranoia.
    Che bella la paranoia-noia-noia.

    Divine Comedy-part two.

    Dante decide di proseguire assieme a Mac Gyver il suo viaggio. E decide di proseguirlo cambiando tempo verbale, dato che prova un evidente fastidio nell'utilizzare il presente per una storia del passato. Presente storico sucks.

    I due baldi giovani decisero di spingersi sino alla porta dell'Inferno, sorpassata la quale erano coscienti che non avrebbero trovato altro che dolori e sofferenze, punizioni e lamenti. Camminavano in fila indiana gridando, rivolti  ai diavoli che li sorvolavano, sfilze di numeri primi con più di due cifre. Resisi conto che il numero 36 non solo non era un numero primo, ma bensì era divisibile per tre, si guardarono smarriti per un attimo. Messo a fuoco lo sguardo, si resero conto di esser giunti alla porta senza quasi rendersene conto.

    Era massiccia, imponente: in cima ad essa troneggiavano tre terzine, tra le quali spiccava una frase tra tutte, una frase che l'uomo medio italiano non smette mai di pronunciare come un mantra sperando che sortisca qualche effetto su di sé. "E io etterno duro", recitava. Dante e Mac Gyver si lanciarono uno sguardo d'intesa e subito lo abbassarono in direzione del loro sfortunato amico.

    Mentre i due si perdevano in disquisizioni peniene, qualcuno li osservava. Sbattuta sulla scalinata della porta, con una Burn in mano e una girandola nell'altra, stavo io. Fu Mac Gyver, con l'aiuto di una miccetta esplosa  nella tunica di Dante, ad costringere il sommo poeta ad avvicinarsi alla mia persona. Respirò a fondo prima di parlare, poi si decise:

    <<O anima che sulla scalinata
    di quest'Inferno riposi le membra
    a prima vista ti direi tediata!>>

    Ed io a lui<<poeta,così sembra
    poiché io son del Tedio la maestra,
    vivo di noie qui nella penombra.

    Tengo una Burn nella mia mano destra
    e opposta man girandola si regge
    che rota come s'ella fosse giostra!

    E pel malcapitato che qui legge
    sia consapevole che questa Commedia
    è scritta ché la mia noia sorregge>>

    Mac Gyver, notando l'aria perplessa di Dante, pensò di eliminare il problema del Sommo alla radice. Con la Burn e la girandola, appena sottratte alla malcapitata sugli scalini, creò una potente molotov e la lanciò verso il centro della porta. Si udì un violento scoppio e la porta fu divelta. Della giovane non rimase traccia.

    "Etterno duro stocazzo" si disse Mac Gyver superando la soglia.

    Se volete continuo, anche se trovo profondamente ridicolo il mio modo di scrivere. Sticazzi, se volete leggere un po' di vera roba fine anni '80, qui la trovate.

    Divine Comedy- part one.

    Andremo tutti all'Inferno, questo è fuori dubbio.In ogni caso non in Paradiso, troppo luminoso e poco concreto: non piace a nessuno un posto simile. A prescindere che amiamo o meno uno di questi luoghi , non possiamo sfuggire dal rientrare in una delle due opzioni. Dio ha scelto così, mettiamoci l'anima in pace (finché non dovrà soffrire eterni dolori, chiaro).

    Immaginatevi per un momento Dante che, appena fuggito dalle tre fiere, vede una sagoma indistinta e gli urla <<Miserere di me qual che tu sii, od ombra od omo certo>>, che tradotto in italiano corrente suonerebbe più o meno come "Chini cazzu sesi?". La figura vaga in quel momento si trasforma in una ben nota, che ha allietato ed emozionato tutte le più recenti generazioni di uomini d'acciaio: MacGyver (qui ritratto in compagnia di un aereo Alitalia incidentato)

    Il prestante giovane, avvicinandosi a Dante, si presenta in questa maniera strasbattendosene delle rime ma prestando maniacale attenzione alla metrica:

    <<Non omo, etero fui,
    e li parenti miei fuor 'mericani,
    texani per patrïa ambedui.
    Nacqui sub Truman, anco che fosse tardi,
    e vissi a Huston sotto la bandiera

    nel tempo de la guerra con la Russia.
    Eroe io fui, e sono conosciuto
    per quelle bombe a guisa casalinga
    graffetta, pigna, e tutto fu combusto>>.

    Il fiorentino, di fronte a contanta presenza ,non può che chinare il capo e tacere. MacGyver, intanto che Dante lo riveriva, aveva già costruito una bomba a orologeria utilizzando una meridiana e un fungo trovato sotto a un sasso. Lancia la bomba in direzione dell'affamatissima lupa, che esplode in un tripudio di budella e arti spappolati. Dante e MacGyver si guardano soddisfatti dell'impresa, cogliendo l'occasione di sgranocchiare qualche buona fetta di lupa che gli si era attaccata ai vestiti. Il vate dell'esplosione si rivolge allora all'altro poeta, facendogli capire in incomprensibili movenze maori che egli sarebbe divenuto sua guida per tutto l'Inferno.

    Il resto della storia lo scriverò a richiesta: Dante e Mac potrebbero avventurarsi per miriadi di gironi solo pel vostro umil diletto. Volete conoscere il seguito di questa grande, epica, Divina Commedia?

    Pensieri sconclusionati.

    Era davvero un sacco di tempo che non mi sentivo così, e dveo dire che è una sensazione davvero rigenerante. Non vedevo l'ora di provare tutte queste sensazioni, non vedevo l'ora di fare una bella introspezione e capire cosa c'è che ancora mi va e cosa proprio ormai non mi va giù. Non so, non ho nulla da dire e non ho niente di cui parlare. Ore fa ho iniziato a scrivere un intervento, mi piaceva, era carino. Ce l'ho tra le bozze e probabilmente rimarrà a lungo. Domani si va di nuovo a scuola, domani si va di nuovo a morte. Quesl posto è diventato la causa e la casa della mia insofferenza, il solo entrarci mi rende nervosa e il solo pernsare di dover trascorrere dentro quel buco 6 ore giornaliere della mia vita mi deprime e mi stanca. Sperando che domani non ci sia bisogno di ricorrere alla forza d'animo per alzarsi da quel letto, medito già di andare a letto. Il collegamento di questa frase è un po' astruso, non riesco a capirlo bene neppure io. Chissà quanti errori sto facendo, non sto guardando il monitor e la tastiera inizia a farsi sempre più scura, lontana e sfocata. Buonanotte a voi, servi della notte che vi guardate attorno alla ricerca di qualcosa che avete perso e che non sapete più ritrovare. Non lo troverete mai, io tengo in mano quel che tanto vi affannavate a cercare.
    Penso di essere una persona potenzialmente brillante, sì, lo penso davvero. Non mi va di pensare di essere una scarsa, mediocre, ottusa adolescente. Potrà anche essere così, ma mi piace pensare che c'è una percentuale che mi fa pensare che io possa non far parte di questa categoria. E tra un po' esco dalla categoria degli studenti ottusi per entrare in quella degli universitari pseudo-impegnati, in seguito a quella degli adulti a tempo determinato e agli anziani brontoloni e senza pensione.
    Cazzate, il mondo finirà prima.
    Chissà se avremo questa fortuna.
    Grazie di avermi ascoltato, a volte vi voglio bene. Buonanotte.

    In secondo piano.

    Ancora più confusione, ancora più preoccupazione.
    Alla routine si è addossato un pericolo più grande.
    Sono questi i momenti in cui la pianti di lagnarti e tieni il fiato sospeso.


    Autostop.


    Disorientamento e confusione. Cerchi di guardare a destra e a sinistra più volte che puoi prima di attraversare la strada: anche se vedi soltanto una macchina, lenta e lontana, aspetti che ti passi di fronte a passo d'uomo prima di passare. Nella macchina che ti passa accanto c'è qualcuno che ti osserva intensamente, provi una sensazione di fastidio frammista ad orgoglio mentre ti sfiora le spalle con gli occhi socchiusi e ti trafigge il viso con le iridi. Sembra quasi che si fermi, che voglia sostare lì e non ripartire più. E potrebbe farlo davvero, potrebbe aprire la portiera e parlare all'infinito, potrebbe prenderti per un braccio e trascinarti con lui in direzioni impreviste. Magari vuoi che lo faccia. Noti che la portiera è socchiusa, immagini già che nessuno l'aprirà né la chiuderà in maniera secca: in fondo il dubbio piace sia a te che attraversi sia all'autista.

    Che fai? Sali con lo sconosciuto (che sconosciuto non è affatto) o decidi di attraversare la strada, nel lato brumoso della città? Solo i lampioni ti guidano, qualcuno è intermittente e qualcun altro non s'accende più da tempo.
    Prendi la tua scelta e sappi che, una volta che ti avrà sorpassato, la macchina non tornerà più indietro.


    Sweet child o'mine.

    Ascolto musica e ignoro il resto, ignoro la musica e ascolto il resto. Come di consueto, l'organizzazione lascia a desiderare: verrà il giorno in cui manderò a fanculo tutto quanto e vi lascerò con un pugno di mosche. Chi mi ha amato e chi mi ha voluto bene troverà un sostituto, perché io non sarò più disponibile. Adieu,addio, aufwiedersehen.
    Questo posto mi sta tremendamente stretto, un mese più del consentito mi manderà fuori da ogni grazia divina. Diventerò un serial killer, aspettatevelo...vi stupirò con la mia successione di omicidi. Bene, la mia serata è definitivamente rovinata.
    Voglio Bologna, cazzo. E fanculo il resto.

    Dissertazioni stilistiche della notte.

    Domani mi passo, non ho intenzione né voglia di svegliarmi presto per trovarmi allo sbaraglio in un posto che non mi interessa visitare: piuttosto dormo e sogno, cosa che ritengo più interessante o perlomeno più coinvolgente. Nella riflessione serale mi sono resa conto che i periodi delle mie frasi divengono via via più nervosi e secchi. La brevitas sta diventando il mio carattere peculiare, non riesco a cimentarmi in quei lunghi periodare che tanto fanno pensare ad un discorso serio. Il mio, infatti, sembra piuttosto un' unione di epigrammi sbattuti l'uno sull'altro senza criterio. Senza contare che il modo di scrivere si discosta totalmente dalla realtà (anche se, devo dire, uso molte parole che non metteresti in bocca manco a un accademico della Crusca), è inutilmente ampolloso e ricco di spezzoni che potrebbero essere tranquillamente eliminati.
    Ma come dovrei scrivere, allora? Non riesco a trovare un compromesso che mi permetta di semplificare il linguaggio e contemporaneamente di esprimere con una certa obiettività le sensazioni del momento. Non ce la faccio proprio, anche volendo la mia mente resta tarata per questa sintassi manzoniana.
    Potrei scrivere come scrivevo i primi interventi di questo blog, ma non credo di esserne più capace. Non riesco neanche più ad ironizzare, dannazione.
    Mi chiedo di cosa possa fregare tutto questo a chi mi legge, senza contare che, chiunque abbia deciso di martirizzarsi in questo modo, ha ceduto sicuramente alla tentazione di chiudere la pagina. Tranquilli, non vi sto chiedendo un parere. Sono passati i tempi nei quali mi spaccavo per un commento, ho capito che alcuni miei interventi sono semplicemente incommentabili, nel bene o nel male. Non volevo chiedervi di lasciarmi un commento, avevo solo il desiderio di rendervi eruditi. Dopo questa dissertazione stilistica, infatti, vi renderò noti i significati di due parole sulle quali ha fatto perno tutta la mia penosa e monotona giornata.

    fa||cio
    s.m.
    TS metr., nella metrica greca e latina, verso costituito da undici sillabe e variamente scandito: una composizione in faleci | estens., nella metrica barbara, endecasillabo italiano con gli accenti del falecio classico; anche agg.: verso, endecasillabo f.


    sca|zón|te
    s.m.
    TS metr. ⇒coliambo

    Dannazione, mi tocca cercare "coliambo".


    co|liàm|bo

    s.m.
    TS metr., nella poesia greca e latina, verso formato da un trimetro giambico con uno spondeo o un trocheo nell’ultimo piede

    Non avete le idee immensamente più chiare? Buon trimetro giambico con uno spondeo a tutti.

    Pubblicità.

    La ditta Virilità S.p.A è lieta di informarvi del nuovo maschio evento che coinvolgerà la cittadina di Quartu Sant' Elena, addobbata in special maniera da meccanici e ferramenta di tutto il Campidano. In occasione del centenario della morte di Giovanbattista Mandas, celeberrimo falegname quartese,  verranno allestiti centinaia di stand lungo tutta la via Verga, nota per la sua intrinseca carica sessuale. All'incrocio con via Goldoni, all'interno dell'antica residenza di Giovanbattista Mandas, il pubblico è invitato a partecipare all'adonica Fiera del Truciolato, torbido appuntamento con la realtà falegname del centro cagliaritano. Da mezzanotte all'alba i partecipanti sono invitati ad un assaggio della speciale "birra al truciolo", la bevanda rinomata in tutto il mondo per il suo gusto legnoso.
    Ed ora, uomini, che aspettate? Partecipate anche voi alla prima edizione della Fiera del Truciolo!

    On va.

    Bonjour, je suis le plaisir.
    Le giornate scorrono e trascorrono in un'aria di vaga malinconia e acuto rimpianto frammisto a disincanto, cinismo, sarcasmo e apatia. La risata libera, le lacrime riempiono. Cammino tra le strade dei pomeriggi di febbraio, calibro i passi con le mani dietro la schiena e accenno un saltello. Mi guardo intorno, osservo un animale che cerca caldo almeno quanto lo cerchi io, e proseguo. Mi dirigo verso la cima di quella collina, che la mattina diventa improvvisamente accattivante e più assolata rispetto alle strade circostanti. Ed è già tramonto, scendo dalla collina trafelata, nella corsa di chi ha deciso di non voltarsi mentre prosegue il suo cammino verso il salto che la riporterà in carreggiata. Un taglio alla mano e una scossa elettrica saranno le uniche sensazioni. Euridice è rimasta tra i raggi dietro la collina, ed io suono la lira in suo onore, evitando accuratamente ogni tramonto. Proprio come la promessa.
    Tocco le tende, sono ruvide e lisce, rosse e bianche: in fondo dipende un po' da come le guardi. Come il marchio a fuoco che porto, viola o rosso non ha importanza, importa solo la mia partecipazione a quest'odioso e morboso rito d'iniziazione al dolore. Gnam, mangiami.

    La noyee.


    Forse è meglio partire da qualcosa che non si vuole dire, poi forse arriverò a qualcosa di sensato. Per ora ho voglia e bisogno di scrivere, e tanto basta. Continuerò a scrivere sino a che non mi verrà un'idea decente sulla quale lavorare: mi sento in un periodo di grande carenza di ispirazione, non ho più un momento da dedicare a me stessa, la scuola o gli altri sono la priorità e, nel bene e nel male, sono costretta ad annullarmi in funzione di un bene maggiore che non so quanto sia maggiore, perché tanto senza di me non esiste nulla che possa interessarmi. Ed ora vediamo un po' se riesco a buttar giù qualcosa. Potrei scrivere di Magda e Gabriel, ma in quel caso non starei scrivendo per me, ma per Gabriel e solo in sua funzione. Direi che non è la scelta migliore, e infatti non la prenderò.
    Potrei descrivere una scena, un azione, qualcosa che mi ricordi me stessa piuttosto che qualche altro vano e vago personaggio che non serve a nulla se non ad alimentare il suo ego e ad umiliare il mio, troppo amaro e troppo cinico.
    Ecco, partiamo da qui: una persona amara e cinica. Come io sono. Una persona amara e cinica che vive buona parte della sua vita senza chiedersi perché: ma, quando se lo chiede, allora diviene orribilmente introspettiva, comincia a pensare di esser parte di un'aria, di un movimento assurdo ed inutile. La vita è questo, pensa.Quindi è cinica, amara e ha poca fiducia nella vita umana.
    Una donna o un uomo? Facciamo una donna, se deve rappresentarmi dovrà pur somigliarmi in qualche modo. Anche se a dire il vero non è detto che la donna sia l'essere più adatto a descrivere la mia condizione, non lo so proprio. Ma almeno anatomicamente e in una certa misura anche psicologicamente mi rassomiglia, quindi penso che utilizzare una donna andrà benissimo.
    Una donna come? Una donna bella, brutta, normale, anonima, affascinante, seducente, ammaliante, orribile, perversa, tragicamente deforme? Non so, la normalità non mi attira e neanche l'anonimato. Una donna brutta e ammaliante mi ricorderebbe troppo la Fosca di Tarchetti, un libro che mi ispira ma sarà sicuramente infarcito di letteratismi o neologismi come quello appena inventato, troppo maledetto per essere vero: sono sicura che Tarchetti è morto nella sua palandrana rossa, seduto sulla poltrona mentre discuteva di quanto le sue idee reazionarie un tempo fossero state totalmente amorali o immorali. Allora, dicevo: una donna. Che sia bella o brutta non è importante, non deve esserlo perché non è lei che decide se esserlo o meno, è il fatto che piaccia o meno agli uomini che la rende bella o brutta. Allora diciamo che è ammaliante, perché è una parola che mi piace e perché è così che vorrei essere. Ammaliante senza impegno, incantatrice senza colpa. L'altezza? Non me la immagino alta né bassa, a dire il vero non me la immagino per niente e sarà complicato scrivere qualcosa su qualcuno che non si ha in mente. Però è divertente cercare di capire come nasce un personaggio, anche se mi sono resa conto che non nascerà mai, è un personaggio morto in partenza. Un personaggio che mi rassomiglia è perfettamente inutile, un personaggio che mi rassomiglia non ha alcun senso perché è un personaggio clone di me stessa, anche se non sono sicura di riuscire a trasportare sulla carta tutto ciò che provo, anzi, probabilmente mi è totalmente impossibile. Ma mi rassicura il fatto che è probabile che sia impossibile per la maggior parte degli scrittori. Non è possibile dare una definizione totale di sé stessi, non è possibile perché siamo troppo mutevoli, troppo sfuggenti persino a noi stessi: anche se siamo un tribunale dal quale non possiamo fuggire, non conosciamo appieno le nostre colpe ed i nostri meriti.  Non conosceremmo il colore dei nostri occhi se non avessimo uno specchio sul quale rifletterci. E il riflesso sarebbe la carta? La carta è un enorme lago increspato, puoi scrivere parole vaste quanto un mare e non riuscirai a colmare il foglio, è talmente grande che le parole si perdono, mutano di forma e significato, a volte cadono a fondo e non risalgono in superficie.
    Chissà se Leopardi scriveva così le sue memorie, me lo chiedo davvero. Di fronte ad un foglio, in un'assolato pomeriggio di primavera inoltrata, lo immagino a guardare fuori da quella finestra che nel mio immaginario rappresenta la causa scatenante della riflessione sull'infinito. Con la piuma in mano o qualsiasi altro oggetto potesse usare per scrivere, lo immagino solo di fronte a quella dannatissima finestra che si strugge per esser troppo lontano da quel che c'è oltre e troppo vicino dalla realtà dalla quale non può sfuggire. Sarebbe interessante chiedersi se in un antologia, parlando di me, ci fosse un piccolo paragrafo dedicato a Leopardi e la mia visione dell'infinito.
    Com'è brutto scrivere Infinito minuscolo, mi sembra di non rendere onore ad una parola dal significato talmente vasto da non essere concepibile: banale? Sì, banale. Banalità,terrore dell'artista, rimani acquattata nel tuo angolo di vanità e mi attendi. Vorresti che cadessi tra le tue braccia, subdolo verme strisciante che mi osservi da una distanza sempre meno considerevole: m'hai quasi raggiunto, puttana.
    Finisco qui le mie parole, non ho scritto nessun racconto, ma credo di avere ancora tempo per scriver qualcosa per me. Posterò queste parole? Possibile, la mia stanchezza non mi concede di andare oltre.
    Arrivederci a me, giovane anziana.

    Titolo.


    Immagino di battere su una vecchia macchina da scrivere. Ogni tasto battuto è un tasto rumoroso, arrugginito, aspro e antico. Immagino di battere le dita sui tasti freddi e duri di una vecchia macchina da scrivere. Ogni tasto è scolorito, ruvido e faticoso da premere. Immagino di battere le dita proprio sopra la tastiera di quella macchina da scrivere: devo tornare a capo, devo usare un punto e virgola, devo usare il simbolo della lira. Quanti rumori fa la mia vecchia macchina da scrivere.
    Cosa scrivo sulla mia macchina da scrivere?
    Scrivo: "Immagino di battere su una vecchia macchina da scrivere. Ogni tasto battuto è un tasto rumoroso, arrugginito, aspro e antico. Immagino di battere le dita sui tasti freddi e duri di una vecchia macchina da scrivere. Ogni tasto è scolorito, ruvido e faticoso da premere. Immagino di battere le dita proprio sopra la tastiera di quella macchina da scrivere: devo tornare a capo, devo usare un punto e virgola, devo usare il simbolo della lira. Quanti rumori fa la mia vecchia macchina da scrivere.
    Cosa scrivo sulla mia macchina da scrivere?
    Scrivo: "Immagino di battere non stai leggendo sino in fondo su una vecchia macchina da scrivere. Ogni tasto battuto è un tasto rumoroso, arrugginito, aspro e antico. Immagino dinon stai leggendo sino in fondo battere le dita sui tasti freddi e duri di una vecchia macchina da scrivere. Ogni tasto è scolorito, ruvido e faticoso da premere. Immagino di battere le dita proprio sopra la tastiera di quella macchina da scrivere: devo tornare a capo, devo usare un punto e virgola,non stai leggendo sino in fondo devo usare il simbolo della lira. Quanti rumori fa la mia vecchia macchina da scrivere.
    Cosa scrivo sulla mia macchina da scrivere?