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MSN. Non ci resta altro che ridere delle futilità. Magallia.
A tutti piace l'ironia facile. Non dobbiamo sforzarci troppo per ridere di un Berlusconi o di un Ratzinger, di un Marcello Pera o di un Calderoli. La frangia di Elton John o la pettinatura di Ronaldo nei mondiali 98 parlano da sole, ma così è troppo semplice. Non possiamo fare satira di qualcosa che è già ridicolo di per sé stesso. Ripiegare sull'autoironia non ci aiuta, la nostre facce sono ridicole a prescindere che le facciamo notare o meno.Perché non deridere un uomo come Seneca? Forza, guardatelo negli occhi, cercando di ignorare il ciuffo unto, possibilmente. Che critica potete rivolgere ad un uomo senza pupille e fatto di pietra? Lo so, vi sentite sconfitti. Anche io, credetemi. Per questo, forse è meglio ripiegare su un personaggio più vicino alle nostre vite: Giancarlo Magalli. Un uomo alto come le falangi dei miei mignoli messi in verticale e largo come i miei femori in orizzontale. Oltre questo, però, non saprei che insulto rivolgergli. Provo troppa stima per quest'ometto per allontanarmi dalle banalità dell'aspetto fisico. Se potessi conoscere un uomo importante, anziché Oscar Wilde, opterei per Magalli. Un uomo a cui và tutta la mia stima, anche se non capisco per quale motivo. Grazie di esistere, Giancarlo. Grazie di esistere, Seneca. Grazie di esistere, Fidel Castro. Grazie di esistere, Elton John. Grazie di esistere, Rita Levi Montalcini. Grazie di esistere, Cristina d'Avena. Senso insenso.Morta per metà. Una mano gelida, un'altra calda. Una mano gelida sul cuore, una tiepida sul ventre. Fame a metà. Voglia di mangiare, voglia di vomitare. Viaggio a metà. Partenza fisica, non spirituale. Mi chiedo perché le mie parole debbano esser sempre così prive di significato. Voglio scrivere ma non ne ho voglia, non ci riesco. Bla, bla, bla. Domani parto. Non mi lascerò indietro i pensieri, temo. Ma me lo auguro. O forse no... Touch.![]()
Pensate ad un oggetto: io penserò ad un vassoio in ferro. Immaginate di toccare quest'oggetto, immaginate di poter sentire, con le mani a coppa, la sua temperatura. E' caldo, tiepido, freddo? Il mio vassoio è gelido. Ora passate un dito sulla sua superficie, premendo col polpastrello sul materiale. Qualcuno di voi si scotterà, scommetto. E' una superficie ruvida, liscia, frastagliata, pelosa? Che stiate toccando un frutto o passiate le dita su una coperta di pile, poco cambia. I vostri polpastrelli calcolano le concavità e le convessità, il vostro occhio osserva lo spigolo del cubo di legno che tenete in mano. Provate il bisogno irrefrenabile di spingere il vostro dito sul vertice. E' una sensazione piacevole, il cubo è in legno ed è tiepido. Il mio vassoio, invece, non ha spigoli, non posso toccarli. Posso però posarci il palmo aperto. Un brivido. E' come se l'avessi toccato per davvero. E voi, che stiate toccando una pentola bollente, il pelo di un gatto o il petalo di una rosa, rabbrividite. Sentite il petalo setoso tra l'indice ed il pollice? Sentite il respiro del gatto che carezzate? Perdiamo così tanto tempo a toccare le cose, ma passiamo così pochi istanti a domandarci cosa ci provochi questa sensazione. Provateci un attimo. Presumibilmente le vostre mani saranno posate sulla tastiera o sul mouse. Sfiorate il tasto F. Sfioratelo più volte, io stessa mi fermo per sentire la sensazione. Col dito indice, arrivati alla fine del quadretto, sento una sporgenza. E' un trattino, molto ruvido. Spezza l'uniformità della F, che sento sotto l'indice come fosse una pelliccia impalpabile. Ciglia microscopiche. La nostra pelle, al tatto, è sicuramente più ruvida. Provo un forte sentimento di gelosia per la lettera F. La lettera J sortisce lo stesso effetto: stessa uniformità, stesso trattino. Mi ero scordata che tenevo in mano il vassoio. Mi chino a raccoglierlo, sento le spine del freddo penetrarmi la carne. E rido. Rido come di fronte al vento. Non posso toccarlo, ma posso sentirlo come sento ora tutti i tasti che premo. Vorrei rinchiuderlo in una bottiglia, per poterlo finalmente toccare. In morte di Piergastone.C'era una volta un bambino con un nome bellissimo. Quando le signore, per strada, gli chiedevano il suo nome, rimanevano a bocca aperta e con lo sguardo sognante mormoravano: << Che bel bambino!>> attonite di fronte al piccolo. Lui, gonfio di gioia, tirava indietro le spalle e, con gli occhi rivolti verso l'alto, pensava tra sé e sé che avere un bel nome era una gran fortuna per lui. Passarono gli anni. Il bambino era diventato un adolescente. Un adolescente felice, dobbiamo dire. Già, ogni ragazza cadeva tra le sue braccia e gli amici provavano una sorta di adorazione per lui. Grazie al suo delizioso nome, non c'era persona che non lo trovasse adorabile o che non stendesse le sue lodi al suo passaggio. Così, il nostro adolescente dal bel nome, si convinse che non fosse altro che il suo bell'aspetto a suscitare tanto successo.Decise così di farselo cambiare. La mattina, di buon ora, si recò all'ufficio dell'anagrafe per cambiare il suo nome in un nome più sobrio. Fu così che il giovane decise di chiamarsi Daniele. Un nome come un altro, un nome comune. Da allora le cose cambiarono: molte meno ragazze provavano interesse per lui, tantomeno quella passione sfrenata dei primi anni dell'adolescenza; le signore ora gli sorridevano cortesemente, non lo osservavano più con stupore; tra gli amici, adesso, era diventato uno come gli altri. <<Dev'esserci qualcosa che non và>> ragionava. Il giorno seguente corse di nuovo all'anagrafe, chiedendo alla gentile signorina del bancone di modificare il suo nome in Piergastone. Non c'è bisogno che vi dica come finisce questa storia, ma ve l'ho raccontata per un motivo: portate dei fiori sulla bara del povero Piergastone, se ne avete il coraggio. Togliendosi la vita non gli sovvenne di modificare una terza volta il nome, magari in maniera più appetibile.Così, ora neanche i corvi si posano sulla sua lapide. Aiutate Piergastone Se sapete qual'era il suo primo nome, fatemelo sapere. Esisterà sicuramente il femminile, ed io ho un improvviso impegno all'ufficio anagrafe. Come si chiamava da piccolo il giovane Piergastone? Inutilia.Ho ancora un po' di tempo prima di dormire, perciò ho rubato un test a Sayori. See ya. Puoi. Rispondere. Solo. Con. Una. Parola. Non è facile come pensi. 1.Dov'è il tuo cellulare? Qui. 2.Il tuo ragazzo/a? Inesistente. 3.Come sono i tuoi capelli oggi? Sporchi. 4.Dov'è tua mamma? Cucina. 5.E tuo papà? Pure. 6.La tua cosa preferita? Gabriel. 7.La tua vita sessuale? Eclettica. 8.Il tuo drink preferito? Coca. 9.La macchina dei tuoi sogni? Diablo. 10.In che stanza sei? Salotto. 11.Le tue paure? Occhi. 12.Cosa vorresti essere tra dieci anni? Realizzata. 13.Con chi sei uscito ieri sera? Nessuno. 14.Cosa non sai fare? Cucinare. 15.Una cosa che desideri? Libro. 16.Dove sei cresciuto? Quartu. 17.Ultima cosa che hai fatto? Riscaldata. 18.Cosa stai indossando? Pigiama. 19.Cosa non stai indossando? Cappotto. 20.I tuoi animali? Dormono. 21.La tua vita? Nebbiosa. 22.Come ti senti? Stanca. 23.Ti manca...? Sicurezza. 24.A cosa stai pensando? Telefono. 25.Il tuo lavoro? Debilitante. 26.La tua estate? Attesa. 27.Colore preferito? Nero. 28.Quando è stata l'ultima volta che hai riso? Stamattina. 29.L'ultima volta che hai pianto? Mah. 30.Scuola? Tedio. Urtation.Com'è diventato caotico Msn. Non esiste una community decente e la comprensione dei tasti è ZERO. Renato.
Bello, bellissimo, ho un problema. Cosa sarà, cosa saranno? Non credo sia nel vostro interesse né nella mia volontà.
Ci sono tante buone notizie. Ad esempio, mi hanno riportato il pc. E mi hanno riportato il computer a casa. E ho il computer, e il pc.
E questa tastiera mi urta, non funzionano più i tasti. Credo che smetterò di scrivere.
Addio.
Non vorrei, ma...Forse è troppo tardi. Potrebbe essere definitivo. 60% Catene di montaggio.E non ditemi, non ditemi, non ditemi che non è tutto terribilmente irreale. Mi sento catapultata in una dimensione parallela, nella quale la mia esistenza non è indispensabile e nella quale la mia silouhette è decisamente imbarazzante. Un mondo nel quale si è invecchiati senza passare del tempo assieme, nel quale le nostre spalle si sono chinate al volere del Fato. Abbiamo desiderato e ottenuto degli abbracci di fantasmi, ci siamo soffocati sotto coltri di nebbia: una volta usciti abbiamo perso la voglia di ricordare come si stava sotto, perdendo, forse, molti eventi essenziali. Dal canto mio ricordo tutto, ma preferisco lasciare che siano gli altri a prendersi la briga di parlare per primi. E se da un lato realizziamo i nostri sogni più nascosti, tremando sino a perdere fiato e parole, dall'altro cancelliamo col pennello del Tempo Dannato le lacrime e i desideri che ci hanno pervaso per così lungo tempo. Quanto vorrei poter rivivere alcuni attimi, risentire alcune frasi a mezza voce. Ma il tempo perduto è rimasto indietro, è sepolto. I fiori marciscono sulla sua tomba, ci siamo stancati di portare rose scarlatte al capezzale della sposa morente. Perché la sposa sa di morire. Anche se, forse, una soluzione esiste: si ha da cercare quell'oggetto che racchiude in sé tutta quella nebbia umida, che la scandaglia sino alla più piccola parte. Adesso l'umidità appesantisce i miei capelli ed i miei vestiti: mi auguro che la mia inutile presenza sia di giovamento per chi, inutile quanto me in questa decaedrica catena di montaggio, si senta solo una pedina di un più grande, oscuro disegno. |
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