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    Ecco, Vale.

    Dodo
    questo blog sta diventando un delirio

    Non lo so, ve lo giuro.

    Questo è probabilmente un grave segno di squilibrio mentale. La cosa non mi stupisce affatto.
    Addio. Si vede che ho poca voglia di scrivere questi giorni.

    Paint is my Lord.

     Dovrei fare matematica.











    World in Violet.

    Quante, quante riflessioni.
    Ultimamente la mia mente si fissa su decine di particolari inutili, li estrapola dal contesto e costruisce castelli in aria attorno ad essi. Più volte ho notato il fatto di farmi domande senza accorgermene, penso a dio, a cosa ci muove, al movimento degli steli dell'erba smossi dal vento. Il motivo? Non so dirlo con certezza, forse una semplice fuga: fuga dal mio wertheriano futuro e dall'abbacinante vuotezza del presente. Trovo rifugio negli angoli degli orizzonti e devio alla vista del sole morente di fine Ottobre. Tutt'intorno, eccetto forse quache particolare che è per me motivo di gioia, vedo gli oggetti sfaldarsi, ridursi in polvere. Vedo da lontano le mie vecchie memorie, soppiantate dalla sottile maschera menzognera delle mie monotone giornate. Grigiore, stanchezza. Anche i miei occhi iniziano a farsi stanchi, stanchi di osservare visi smunti, lividi di rabbia  e d'impotenza delle persone che amo. Per uno che prende colore, cinque stingono sul giallo seppia delle vecchie Polaroid. Un disastro. Ho fame di vita, di vita altrui. E tutto quel che osservo, incapace di raggiungerlo e modificarlo, è quel tetro giaciglio di speranze disilluse racchiuso nell'iride del compagno, del genitore, del fratello. Ovunque vada, una pioggia fitta. So che non c'è, so di vederla solo io, ma quel curioso effetto ottico rispecchia l'animo umano all'apice della sua insofferenza. Insofferenza verso la giornata di sole, verso il sorriso: perché, dentro di loro, la ticchettante pioggia di linfa sta gonfiando il fiume di insoddisfazione e di lutto del loro spirito.
    Tra gl'illusori giochi di luce che ho visto e vedo, ho ben in mente delle luci. Ma le luci erano così brevi, saltavano per un attimo sulle superfici di fronte a me ed esplodevano in un cerchio di aghi dorati, e poi, in un sussulto dei miei nervi, svanivano nell'aria. Due volte le vidi, ma non le seppi interpretare. L'occhio di colui che per troppo tempo ha osservato il fondo nero del pozzo, e improvvisamente si volge verso la mattina assolata, sarà accecato dalla bella luce e non saprà vedere il sole. Allo stesso modo non seppi catalogare quelle scintille, tanto sono abituata alla pioggia costante.
    Col cuore gonfio di vuotezza, avido di sentimenti altrui e povero di emozioni proprie, vi saluto, augurandovi una giornata felice più di quanto non siano queste mie giornate di pena. Non sto male. Sono soltanto stanca, stanca di vivere questa perversa storia infinita e stanca di dover indossare un vestito che mi s'attaglia tanto male.

    I miei più sentiti auguri.

    Sevi

    Volevo ma non riesco.

    Il disordine è sempre accompagnato da un grande disordine mentale. In questo momento, la mia stanza riflette la mia situazione. Non ci sono, sono fuori di me dalla noia, vivo per inerzia e l'aria nei polmoni riesce a malapena a passarci attraverso, tanto poca è la voglia di respirare.
    Ascolto Onde, un pezzo in cui mi ritrovo bene.
    E' incredibile come le parole a volte possano esser scritte con tanta difficoltà, non riesco a pensare a nulla e meno che mai a scrivere decentemente. E' una di quelle serate in cui, con la voglia alimentata dalla facilità di scrittura della tastiera del portatile, vorrei buttar giù ogni parola che mi sale alla mente, ponendo attenzione a non ripetermi, a non compromettermi, a non soffrire.
    E' una di quelle serate, ma non ce la faccio. Non ce la faccio perché mi sento oppressa dalle responsabilità quotidiane. Non ce la faccio perché dovrei farmi la doccia e non ne ho voglia. Non ce la faccio perché dovrei fare un riassunto, non ce la faccio perché dovrei rassegnarmi ad un'evidenzqa così poco evidente.
    Vi lascio, cerco di ovviare alle mancanze della serata. Una lunga doccia calda, che non ho voglia di fare, mi attende. Se avessi delle lacrime da piangere l'acqua le coprirebbe, ma il vaso non è pieno abbastanza per svuotarlo. Mi chiedo perché non si possa svuotare prima, anche se io stessa ho insegnato il contrario a chi aveva bisogno di esser consolato, curato, calmato. E così, conosco tanto bene la sensazione da poter insegnare a non provarla. Non so se ritenermi fortunata o una terribile jellata. Entrambe le cose, credo.
    Caldo, shampoo, bagnoschiuma, balsamo, stufa elettrica.
    E un po' di calma.

    Sulla sensualità intrinseca dell'attimo.


    Trovo che orgasmo sia una bellissima parola. Con un bellissimo significato.
    E' una parola felice, perché creata da chi un orgasmo l'ha provato sul serio. Da fuori può sembrare superfluo dare un nome ad una sensazione così lontana dal comune e dal senso comune: per chi non lo prova, l'orgasmo semplicemente non esiste. Non perde valore ai loro occhi, perché valore non ne ha affatto. Rimane, in astratto, la descrizione di un attimo di piacere tanto fuggevole da non poter esser capito dall'esterno. In quel momento appassionato, tutto perde senso. Sia per chi lo prova che chi lo osserva con gli occhi dell'ingenuità, ma in maniere diametralmente opposte. Chi lo osserva non capisce, una successione di spasmi e movimenti incomprensibili all'esterno: che senso ha quel movimento? sarà spontaneo o sarà un artificio?
    Sono domande  alle quali non si sa dare risposta, come muto spettatore si arrovella sul significato e sulla sensazione separata dal resto dei gesti, dal resto delle emozioni.
    Per chi lo vive, non è l'orgasmo a perdere senso, ma tutto quel che lo circonda. Una sopraffazione dei sensi sullo spirito, un attimo fuggevole, sì, ma quanto intenso! Così intenso che la nostra mente non sa riprodurne un ricordo né proviamo piacere nel rammentare un piacere passato. C'è, esiste in quel momento e solo in quel momento. Quel che viene prima, il crescendo di sensazioni via via sempre più piene e più pesanti che non possono e non devono esser comprese dall'esterno. La perdita di controllo e la liberazione fuse in un attimo amorale e al di fuori di ogni logica.
    In pratica, l'attimo perfetto.
    Perfetto proprio perché dura un attimo, e non possiamo fare a meno di dimenticarlo.
    Così, il prossimo orgasmo, sarà sicuramente sconosciuto ed altrettanto intenso.

    A pensarci bene, non so nemmeno perché ho parlato di questo. Evidentemente ne avevo bisogno.

    Delirio e vaneggio.

    Non sono. Non sono e non voglio essere, non sono e non sarò quel che non sono riuscita ad essere.
    Avrei voglia di scrivere cose senza senso, ma ci vuole una predisposizione mentale particolare e uno sforzo superiore rispetto a quello che faccio scrivendo cose sensate. In conclusione, scriverò le solite quattro cazzate.
    Scriverò per darmi il contentino e perché detesto profondamente vedere questo blog vuoto. Non vuoto di commenti, vuoto di interventi. Ho bisogno di aggiornare per il gusto di vedere l'interventino nuovo di zecca nella parte superiore della pagina. A volte, se non spesso, mi mancano quegli scritti con un filo di ironia o di sarcasmo. Mi divertivo a scriverli e a rileggerli.
    Ed ora, invece? Che disillusione, che tedio! Il blog è da oltre un anno ricettacolo della depressione più nera e della noia più grigia. Quando ho voglia di scrivere, la finisco sempre con qualche disgrazia, qualche minaccia di morte, qualche frase che se tradotta in inglese potrebbe essere degna dell'Icona più emo di un blog di emo.Cerchiamone qualcuna: "Sto meditando di sparire" "Sono stanca, ho mal di testa, dei lividi fastidiosi, leggera nausea e non ho voglia di fare un cazzo" "E non so quanto ancora reggerò, mi sento sempre più debole di fronte agli attacchi". Da queste parole traspare chiaramente: non faccio altro che lamentarmi. Bla bla bla, bla bla bla, bla bla bla. Mi sto lamentando anche del fatto che mi lamento...sono proprio malmessa adesso. Ma si dirà malmessa" o "mal messa"? Forse non è importante, anzi, quasi certamente non lo è.
    Ho molto sonno, ma volevo restare sveglia per ascoltare la rassegna stampa. Sono sicura che non ce la farò, mi addormenterò immediatamente oggi. MI addormenterò e sognerò disgrazie come succede in questi giorni.
    Vado a letto ora. Non ho nulla da fare qui, non è il mio pc, non mi rappresenta nulla.
    E, perciò, me ne fregherò della rassegna stampa di Radio Radicale e mi addormenterò beata, sognerò qualche disgrazia, la fine del mondo forse, ma sempre con un'aria di profonda beatitudine.
    Bonne Nuit

    Interrupted Sleep.

    Lieve angoscia.
    Non è normale svegliarsi e pensare "non un'altra lacerazione". Non è normale, e, anzi, è anche un pelino inquietante. Le mie giornate hanno preso quella piega di routine che non volevo che prendessero, e ben presto si stabilizzeranno così. L'ultimo anno, per me, significherà solitudine pura. Poco collegamento, pochi contatti, poche ore assieme. E' qui che si sente il vero peso dell'amicizia, è qui che si sente quanto sia grande il tedio senza qualcuno con cui condividere la tua vita.
    Le mie serate verranno trascorse nei silenzi. E, se di tanto in tanto questo può essere un piacere da concedersi, non lo è più quando è reiterato nel tempo. Ed è diventato pesante, pesante da morire.
    Ma mi ci dovrò abituare. Si muore soli, così si dice. E mentre spero che qualcuno torni e qualcuno rinsavisca, mi rendo conto che le mie parole rimarranno impresse qui senza che però vengano prese in considerazione, causa forze maggiori, come sempre. Un giorno studierò la gerarchia delle intenzioni, e noterò come le mie rifulgano nell'inerzia di quelle degli altri. Ma nondimeno, le mie sono ricolme di una noia e di un'apatia che mi rende statica e stabile sulle mie posizioni.
    Forse le mie idee sono solo un po' più originali delle altre. C'è chi nella routine affoga e chi è già annegato, e cerca di pensare a come far galleggiare il proprio corpo in superficie, sempre irrimediabilmente butterato. Io faccio parte di questa seconda categoria, la categoria di chi si guarda all'indietro volendo dirigere un'antica orchestra a mani legate.

    Riflessioni Serali?

    Svegliata ora, alzata ora.
    La mia lingua è in uno stato pietoso, in una notte è peggiorata esponenzialmente. Torno a casa e c'è chi sorride, chi, come al solito, si lamenta, e chi tace e contempla. Io non faccio parte di nessuna delle tre categorie sopracitate. Non ricordo di aver pensato questo pomeriggio, prima di queste quattro ore di sonno profondo e non tanto riposante. Però, in compenso, ho sognato molto. Ho sognato stupidaggini e cose meno serie, non ricordo quasi niente e probabilmente è un bene. Ora dovrei farmi la doccia e studiare anatomia, ma non credo che lo farò immediatamente.
    Mi è tornata alla memoria la parte di un sogno, e forse è giusto che la riscriva: non vorrei perderla, ci sono troppi sogni interessanti che perdiamo per strada.
    Ero nella mia camera, guardavo fuori e non c'era nulla. Tutto come sempre: case, la strada, i lampioni, le case vicine e gli alberi. Ero certa che non ci fosse nient'altro. Dopo qualche secondo guardo nuovamente fuori dalla finestra, ma stavolta lo spettacolo è diventato ben più surreale.
    Da psico analisi, direi. Fuori dalla finestra il paesaggio era rimasto immutato, ma lungo i lati della strada, da lampione a lampione, erano state legate delle lunghe funi. Ce n'erano tante, più di quanto fossero i lampioni e andavano a coprire tutto lo spazio al di sopra della strada. Come una ragnatela. E poi, lettere. Centinaia di lettere erano appese alle funi, dei semplici cartoncini bianchi con la lettera dell'alfabeto stampigliata sopra. Alcune parole avevano senso, altre no, mi pare di ricordare. So solo che tutto questo mi ricordava di chiamare una persona, per chiederle dove fosse e se stesse bene.
    Stava bene, e mi chiedeva di raggiungerla, e nel frattempo che io avessi aspettato avrei bevuto un caffè e mangiato un gelato. Ricordo che lo feci. C'era anche mia sorella con me, e aprivamo la bocca come per parlare ma entrambe ci rendevamo conto che non c'era nulla da dire. Facevamo discorsi vuoti mentre scendeva la sera e avevo già dimenticato che avrei dovuto incontrare quella persona. Infatti, nel sogno, non ci entrò più.
    Ricordo vagamente di una palestra, la Marci e Andrea, ma quel sogno potevo risparmiarmelo. Era tempo sprecato.
    Vado a fare la doccia, domani farò anatomia.
    Come sono passiva, e dire che questo è l'ultimo anno e dovrei fare tutti quei buoni propositi da brava studente.
    Pazienza.
     
    PS
    Non me lo devo dimenticare: i capelli erano precisi al Doppelganger dagli occhi fucsia. Infatti, per un attimo, mi sono lasciata trascinare dalla paura.
     
    Provo un sincero affetto per il ragazzo della foto.

    Forbidden Colour.

    È conosciuto come il colore dello spirito e, in effetti, agisce sull'inconscio dando forza spirituale ed ispirazione. Questo colore rappresenta il valore medio tra terra e cielo, tra passione ed intelligenza, tra amore e saggezza. È il colore che la maggior parte delle persone rifiuta.

    La persona violetta è una persona sensibile, che si sente diversa dalla massa. È il colore della volontà di essere diversi, della metamorfosi, della transizione, ma anche della fascinazione erotica. Questo colore esprime un' energia pura, atavica: è una forza legata alla vitalità del rosso e all'intimo accoglimento dell'azzurro. È una colorazione insieme di attesa e di precognizione (non casualmente viene utilizzato nella liturgia Cristiana durante il periodo dell'Avvento e della Quaresima), eleva la coscienza umana fino al raggiungimento della pura luce bianca. È anche associato alla preghiera ed agli stati alterati di coscienza.

    Fonte: Wikipedia

    Sfogo.

    MI MANCA IL MIO PC
    MI MANCANO I MIEI FILE
    MI MANCANO LE MIE CARTELLE
    MI MANCA PHOTOSHOP
    MI MANCA VAMPIRE
    MI MANCANO I MIEI PREFERITI
    MI MANCA LA MIA MUSICA
    MI MANCA LA MIA INTERFACCIA
    MI MANCA IL MIO DESKTOP
    MI MANCA IL MIO CESTINO-PIANTINA

    DANNAZIONE, PORTATE QUEL COMPUTER A RIPARARE.